Cronaca di montagna. Senza discutere di sensazioni, emozioni, paure e scoperte perché certe cose non so trasmettere ma soltanto vivere.

Domenica 6 settembre: incontro ad Agordo con Alvise che viene a recuperare me e Sofia dopo un comodo viaggio in treno da Roma. Aspettiamo in un bar che non serve alcolici prima delle 16.00. La domanda sorge spontanea, ma siamo sicuri di essere in Veneto? Ci si rifà la sera con un buon vinello e un grappino dopo cena. A letto presto, perché la mattina si comincia.
Lunedì 7 settembre: sveglia presto, cielo sereno, assolato, terso. Ci attende la via Alverà-Menardi, sullo spigolo sud del Col de Bòs (2.488 m), aperta nel 1947, 356 metri di sviluppo, 14 tiri e difficoltà massima V+.
Un’ora di avvicinamento su un buon sentiero e si parte. La via è bella, su roccia buona. Il terzo e il quarto tiro, senza sosta intermedia, si sviluppano lungo un diedro antipatico e ombroso, con alcune lame a cui tenersi. Sofia si spaventa un po’, ma più che la difficoltà è l’aspetto del passaggio a incuterle timore.
Il resto fila liscio, compreso lo stretto camino, prima dell’ultimo tiro, in cui si fa un po’ di fatica ma la posizione esposta e il panorama compensano lo sforzo. In cima, dopo quasi sei ore, ci attende maestosa la Tofana di Rozes, le marmotte e una pecora solitaria. Il tempo di una stretta di mano, una foto di vetta, un panino e una cicca, e si parte per la discesa che richiede un paio d’ore su terreno sassoso, ripido e un po’ antipatico.
Quasi otto ore e siamo distrutti. Alvise meno, com’è nell’ordine naturale delle cose. I piedi sono pieni di vesciche, le gambe fanno male e la pelle brucia per il sole preso. Camminatori più esperti di noi avrebbero risolto la discesa e l’avvicinamento in molto meno tempo, ma si sa: noi gente di città siamo pessimi con gli scarponi ai piedi.
Martedì 8 settembre: con le gambe legnose e i piedi doloranti, ci svegliamo presto. Ci attende una via che, sulla carta, sembra meno faticosa: la via “delle Guide” sul Ciavazes (2.500 m), aperta nel 1945, 220 metri di sviluppo, otto tiri e difficoltà massima di quarto grado sostenuto.
Sembra una passeggiata al mare rispetto al giorno prima e, in effetti, l’avvicinamento richiede solo una mezz’oretta, lungo uno splendido sentiero per lo più pianeggiante, tra i resti delle trincee della Prima guerra mondiale.
La via non è complessa, anche se quel tiro di quarto grado sostenuto non finisce mai e richiede impegno e concentrazioni. Alvise se la ride vedendo i nostri volti stravolti per un misero quarto grado.
Gli ultimi tiri sono per lo più traversi, sui quali Sofia si muove svelta e senza paura, nonostante le vesciche ai piedi e le gambe che invocano Anubi. Anche i miei piedi non stanno tanto meglio e, negli ultimi due tiri, mi tolgo le scarpette per indossare le più comode scarpe da ginnastica.
In cima, dopo quattro ore in verticale, giusto il tempo di stringerci la mano e scattare la foto di vetta, poi ci avventuriamo lungo la Cengia dei Camosci per la discesa.
Il rientro richiede più di due ore, sempre perché siamo gente di città, per giunta dolorante. A sera è una mezza bottiglia di grappa a lavar via la fatica, a schiarire la mente e a stimolare la conversazione, prima di una notte di sonno profondo.
Mercoledì 9 settembre: è piovuto tutta la notte ma al mattino non più. Ci avviciniamo alla via Dibona-Fabbri, sul Lagazuoi, ma proprio mentre Alvise raggiunge la prima sosta arriva un bel diluvio e torniamo alla macchina con la coda tra le gambe. Tutto sommato, considerando il dolore ai muscoli e le vesciche, una giornata di pausa ci sta bene.
Nel pomeriggio proviamo ad andare al castello di Andraz, in falesia, ma, dopo esserci cimentati su “Fabrizia”, la pioggia torna a tormentarci. Ci sono giornate in cui insistere è inutile.
Giovedì 10 settembre: notte piovosa, ma al mattino il cielo da speranza. Si riprova ad andare sul Piccolo Lagazuoi (2.778 m), sulla Dibona-Fabbri: 135 metri di sviluppo, sette tiri, con difficoltà massima V+, su roccia buona, anche se fradicia per la pioggia della notte. I numerosi spit nuovi e lucenti, però, donano sicurezza.
La via è bella e non presenta particolari difficoltà, fatta eccezione per una pancetta al quinto tiro, dopo un traverso un po’ esposto. Sofia ha i piedi ormai fuori uso e affronta gli ultimi due tiri con gli scarponi; non fa una piega né sulle pance né sui traversi. Io, invece, trovo un po’ antipatico il traverso al sesto tiro, ma è colpa della stanchezza, della roccia bagnata e della pioggia, che torna a farci compagnia.
In vetta ci rilassiamo un po’, dopo la consueta stretta di mano, la foto di vetta, un panino e una sigaretta. La discesa, stavolta, è facile e rapida, e il pomeriggio trascorre serenamente, in vista della partenza del giorno dopo.
La sera ceniamo fuori e dopo il grappino accompagna una bella e lunga chiacchierata con Alvise, mentre Sofia dorme serena, distrutta dalla fatica.
Venerdì 11 settembre: si torna a casa. Che tristezza! Il tempo di fare un paio di tiri alla Torre, mangiare un panino con formaggio e prosciutto cotto in latteria, e comincia il lungo viaggio di ritorno.
Stanchi, frastornati e felici.
Come si dice? Dieci, cento, mille di questi giorni! Arrivederci Dolomiti e grazie Alvise.
Paolo Gagliardi